Per una persona sorda, lavorare in un ufficio può significare confrontarsi ogni giorno con ostacoli che spesso chi sente non percepisce.
Alessandra è una persona sorda oralista, porta protesi acustiche e lavora dal 1996 in una compagnia assicurativa. Nel corso della sua esperienza professionale ha sperimentato quanto l’ambiente di lavoro e le modalità di comunicazione possano incidere sulla possibilità di partecipare pienamente alla vita dell’ufficio.
«All’inizio lavoravo in un ufficio molto grande, con numerose colleghe, stampanti e frequenti conversazioni telefoniche. Il problema non era il lavoro in sé, ma il forte rumore di fondo, che rendeva molto più faticoso concentrarmi e comunicare.»
Quando Alessandra viene trasferita in una stanza più piccola, condivisa con due colleghe, la situazione migliora notevolmente. Ma la sua esperienza negli anni dimostra che ridurre il rumore non significa automaticamente rendere accessibile un ambiente di lavoro. C’è infatti un’altra barriera, molto meno evidente: la scarsa conoscenza della sordità.
«Poiché parlo correttamente, i colleghi tendono spesso a dimenticarsi delle mie difficoltà nella comunicazione verbale.»
Parlare bene, infatti, non significa sentire bene. E dimenticarsene può voler dire non adottare quegli accorgimenti che permetterebbero a una persona sorda di seguire una conversazione più facilmente. Il problema diventa particolarmente evidente durante le riunioni, soprattutto quando sono poco ordinate, più persone intervengono contemporaneamente o molte informazioni vengono trasmesse esclusivamente a voce.
«Spesso chiedevo di fare dei verbali che contenessero tutte le informazioni, perché per me era l’unico modo di accedervi pienamente. Ma non sempre veniva fatto: cambiavano i responsabili, arrivavano nuovi colleghi o semplicemente le persone non parlavano una alla volta.»
In queste condizioni una riunione rischia di non essere uno spazio realmente condiviso: alcune informazioni possono andare perse e diventa più difficile intervenire e collaborare pienamente. Ma anche lavorare in un ambiente più piccolo e tranquillo può presentare un problema diverso: l’isolamento.
Oggi Alessandra condivide l’ufficio con colleghe che non appartengono al suo reparto.
«Il rumore è diminuito, ma le colleghe con cui condivido l’ufficio non fanno parte del mio organico. Rimango quindi esclusa da molte delle informazioni verbali e scritte che vengono scambiate quotidianamente tra i miei colleghi e faccio più fatica a essere aggiornata sulle mie mansioni.»
La sua esperienza mostra bene quanto sia delicato l’equilibrio: un ambiente acusticamente più favorevole non dovrebbe trasformarsi in un ambiente che allontana la persona dal proprio gruppo di lavoro e dalle informazioni di cui ha bisogno.
Negli ultimi anni, fortunatamente, anche la tecnologia ha iniziato a fare la differenza.
«Con l’introduzione di strumenti come Teams, Zoom e altri sistemi di comunicazione riesco ad accedere meglio alle informazioni verbali e a partecipare, intervenire e collaborare di più.»
Anche la sottotitolazione, che Alessandra ha contribuito a far utilizzare durante alcune riunioni sindacali, può diventare uno strumento importante di accessibilità.
La tecnologia aiuta, ma da sola non basta. L’esperienza di Alessandra ci ricorda, infatti, quanto siano importanti anche consapevolezza, organizzazione degli spazi e attenzione nel modo di comunicare.
Perché rendere un luogo di lavoro inclusivo non significa semplicemente ridurre il rumore o trovare una stanza più tranquilla. Significa fare in modo che tutte le persone possano accedere alle informazioni, partecipare alle conversazioni e contribuire pienamente al proprio lavoro.