loader

Due filosofi intraprendono una corrispondenza epistolare partendo da punti diversi: Jean Vanier, credente cattolico, e Julia Kristeva, atea, ognuno col suo linguaggio e il proprio retaggio culturale.

Su cosa dialogano? Sulla diversità, in particolare sull’handicap, sulla disabilità, toccando le più alte corde dell’umanità e partendo chiaramente da una base personale in quanto Vanier era il fondatore dell’Arca, organizzazione internazionale a tutela delle disabilità mentali, mentre Kristeva è madre di un ragazzo disabile.

Perché questo titolo? Ce lo dicono gli autori stessi: la sofferenza che le persone disabili vivono crea un’angoscia devastante e provoca spesso reazioni di rigetto, negazione, indifferenza, stigmatizzazione, relegazione ai margini. La differenza, insomma, fa paura: non sappiamo mai come comunicare di fronte al diverso.

La corrispondenza tra i due è fitta e mano a mano emergono bellissime affermazioni che riportano, nonostante tutte le difficoltà, a vedere nell’altro un valore in sé, testimone comunque di umanità e addirittura annunciatore di un nuovo mondo.

Solo in questo modo si può andare incontro a un nuovo umanesimo “che riesca a far coabitare l’uomo col suo limite senza la narcosi dell’indifferenza o della rimozione, ma anche senza la disperazione dell’impotenza” come scrive Ravasi nella prefazione.

Un umanesimo che richiama alla vulnerabilità insita in ciascuno di noi e alla compassione, non intesa come un pianto sull’altro ma come un percorso che aiuta l’altro ad alzarsi e a camminare assieme. Un umanesimo che richiede un duro lavoro su se stessi: solo accettando me stesso, con le mie debolezze e i miei handicap, posso entrare in un rapporto autentico di grande rispetto verso l’altro.

Questa chiave di lettura sulla disabilità, incentrata in particolare sulla disabilità mentale, mi ha profondamente commossa e ammetto che per me non è stato facile leggere il libro sia per i contenuti, comunque molto complessi, sia per la mia esperienza di vita. Io stessa sono una persona disabile essendo
sorda profonda e alle volte mi sono sentita un peso per gli altri, per la società. Leggere e poi constatare nelle esperienze di vita comune come io posso essere “portatrice di un nuovo mondo” mi ha in un certo senso rasserenata e rassicurata che in questo mondo le persone gentili trovano un posto per tutti e che ciascuno di noi è chiamato con le proprie peculiarità a essere se stesso e a essere il miglior se stesso.

Vi lascio con due massime che mi sono tanto piaciute, sperando di avervi invogliati a leggere il libro.

Scrive a un certo punto Vanier riferendosi al nuovo umanesimo da mettere in pratica: “E’ il lavoro di tutta una vita, una lunga e bella strada che ci fa salire verso l’universale e l’infinito, ma anche scendere verso i luoghi della miseria e della sporcizia, negli altri e in noi stessi perché Dio si trova anche e soprattutto là dove regna la povertà, la malattia e il fango”.

E Kristeva invece ci invita a festeggiare guardando in faccia l’ “intollerabile” e “a scommettere sulla vita prima di tutto e dopo tutto”!

Skip to content